Proponiamo l’intervento conclusivo di Luca Micelli, docente e coordinatore di redazione di “Dialoghi”, durante l’incontro Giovani in prima linea: ripensare la partecipazione.

I. Quello che è successo stasera 

Vi ringrazio perché stasera avete dimostrato come sia possibile far sedere adulti e giovani allo stesso tavolo per ascoltarsi. Questo è già partecipazione e non è poco.

Il mio compito adesso è raccogliere i fili di quello che avete detto, metterli in dialogo con alcune letture e con un percorso di ricerca che porto avanti, e restituirvi qualcosa che tenga aperte le diverse prospettive della serata.

In una canzone di qualche anno fa (Fango) Lorenzo Jovanotti scriveva: “Ma l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente”. Parole che esprimono la paura dell’apatia, dell’addormentarsi della ragione, e la necessità di mantenere viva la capacità di emozionarsi, anzi di commuoversi, ancora di più, di empatizzare. Perché questa citazione? Perché sempre più spesso è proprio l’apatia a essere considerata la causa principale della cosiddetta disaffezione nei confronti della partecipazione dei più giovani.

II. Leggere la crisi… senza esagerare

Dopo aver visto questa sera quanto i temi della partecipazione tocchino da vicino le vostre esperienze (a scuola, nelle associazioni, nelle istituzioni) vale la pena fermarsi su una domanda concreta: cosa produce la crisi democratica sui giovani? Come vivono la partecipazione quelli che, più di ogni altro, dovrebbero sentirsi chiamati a essere protagonisti?

Il quadro non è così negativo come appare ai nostri occhi. La risposta viene dai dati dell’Osservatorio Giovani del Toniolo, nella ricerca preparata in vista della 50ª Settimana Sociale di Trieste. E la prima cosa che dicono è questa: non si tratta di disinteresse. I giovani non hanno smesso di guardare alla politica. Quello che è venuto meno è la fiducia che valga la pena provarci. C’è una disillusione concreta, legata alla percezione di una classe politica lontana, che non risponde ai bisogni reali.

I numeri lo confermano. La fiducia nel Presidente della Repubblica arriva al 55,2%, nel volontariato al 66%, nella ricerca scientifica al 74%. Ma i partiti politici si fermano al 31,6%. Non è sfiducia nella politica come strumento — è sfiducia in chi la fa.

E c’è un dato che fa riflettere ancora di più: il 60% dei giovani ritiene che la politica italiana li lasci ai margini, dicono di non sentirsi coinvolti, ascoltati e rappresentati. Uno su quattro è convinto che il proprio impegno politico sarebbe semplicemente inutile.

C’è anche un altro segnale che va letto con attenzione: il 72,5% dei giovani vorrebbe una leadership più decisa, capace di affrontare i problemi del Paese. Più che nostalgia autoritaria è il sintomo di un sistema che appare bloccato, incapace di decidere e di rispondere. Quando la democrazia sembra non funzionare, la tentazione di affidarsi a qualcuno che “fa le cose” diventa comprensibile.

Eppure, e questo è per me tra i più significativi, tre giovani su quattro credono ancora che sia possibile impegnarsi in prima persona per migliorare il Paese, a condizione che esistano spazi reali per farlo. La domanda di partecipazione è viva, quello che manca è l’offerta.

Non è un problema solo italiano

Vale la pena allargare lo sguardo, anche solo per comprendere che laddove mancano spazi, a lungo andare, i giovani se li prendono. Un articolo recente pubblicato sulla rivista Dialoghi documenta qualcosa di coerente su scala globale: dalla Generazione Z delle Filippine a quella del Nepal, dall’Indonesia al Madagascar, i giovani hanno riempito strade e campus con proteste nuove, senza partiti dietro, senza ideologie di riferimento, orizzontali, capillari.

Un tratto le accomuna: la Gen Z non chiede ideologie, ma rivendica una politica che risolva problemi reali. In tutti questi contesti, culturalmente distantissimi tra loro, la rivolta nasce quando i giovani percepiscono di essere esclusi da un sistema che parla di loro senza ascoltarli.

Non mi sembra apatia… Non lo è a Manila, non lo è a Kathmandu, e dopo questa sera, posso dirvi che non lo è neanche a Mottola.

Il referendum di marzo

Poche settimane fa (il 22 e 23 marzo scorsi) abbiamo avuto un’occasione per sorprenderci. Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati ha registrato un’affluenza del 58,93%: il doppio rispetto ai referendum del 2022. Tra gli under 34, il No ha ottenuto il 61,1%.

Quella generazione descritta come la più lontana dalla politica si è presentata in massa su un tema tecnico e complesso. Non perché qualcuno li abbia trascinati. Probabilmente perché hanno percepito che la posta era alta, che la Costituzione li riguardava, che il loro voto poteva cambiare qualcosa.

Sul digitale

C’è poi una trasformazione nei modi della partecipazione che vale la pena nominare. La presenza ai partiti cala, ma oltre l’80% dei giovani discute di attualità con la propria cerchia. Il 56,3% partecipa a discussioni politiche online. Più della metà usa i social per sostenere cause civiche.

Ma ancora, esistono forme alternative di partecipazione che vanno dal boicottaggio di prodotti, alla firma di petizioni online; discussioni politiche online, uso di hashtag,  foto del profilo che cambia a seconda della causa sposata…

Non si può ignorare questo. Ma non si può nemmeno sopravvalutarlo. Il rischio è che questa partecipazione diventi sempre più individuale, vissuta davanti a uno schermo, senza i legami concreti che la democrazia richiede. C’è una differenza tra commentare un post e costruire qualcosa insieme.

La domanda giusta

La crisi, allora, non sta nell’apatia dei giovani. Sta nella difficoltà delle istituzioni di rinnovarsi e fare spazio. I giovani si sentono fuori posto, non perché non vogliano entrare, ma perché forse trovano la porta chiusa.

Allora la domanda giusta non è perché i giovani non partecipano? La domanda urgente è in quale tipo di partecipazione li stiamo invitando?

III. La fraternità come prospettiva di rigenerazione

Arriviamo così al nodo centrale. Se la partecipazione è il criterio con cui si misura la qualità di una democrazia, qual è la risposta più convincente alla sua crisi?

È qui che la Dottrina sociale della Chiesa ci offre qualcosa di prezioso: la categoria della fraternità. Forse la chiave più convincente per reinterpretare il modo stesso di fare e vivere la politica.

La crisi che abbiamo descritto non è solo una crisi di procedure o di istituzioni. È una crisi di senso. E la fraternità non risponde con una ricetta tecnica, ma con una proposta antropologica: ogni persona è relazione, e la democrazia non è un sistema dato una volta per tutte, ma uno spazio di umanizzazione condivisa, fondato sul riconoscimento reciproco della dignità di ciascuno.

Detto in modo più diretto: la fraternità non è un sentimento, ma un principio che cambia la logica della convivenza. Introduce una modalità relazionale che supera sia l’individualismo (dove ognuno pensa per sé), sia il comunitarismo chiuso (dove il “noi” esclude gli altri). È una logica che ricostruisce legami, che tiene insieme l’io e il noi senza sacrificare nessuno dei due.

Da questa prospettiva, la democrazia appare come un cantiere permanente, non come un traguardo già raggiunto. Un’architettura aperta che richiede cura, ascolto, responsabilità condivisa. Giorgio La Pira lo diceva con chiarezza: c’è un orientamento della storia verso qualcosa di più grande, e la politica ne fa parte.

Ma se la parola fraternità ci dovesse sembrare qualcosa di troppo idealizzato, l’espressione con cui possiamo tradurla è amicizia sociale.

Immaginiamola come il ponte che collega il grande sogno della fraternità universale alla realtà quotidiana delle nostre città. Se la fraternità ci dice che siamo tutti fratelli perché apparteniamo all’unica famiglia umana, l’amicizia sociale è il metodo con cui decidiamo di vivere insieme in una comunità politica.

È quella che il Papa definisce un amore politico o una benevolenza civica. Significa avere la capacità di uscire dal proprio isolamento per cercare il bene comune, non solo per chi ci è simpatico o per chi la pensa come noi, ma per tutti, specialmente per chi è rimasto indietro.

L’amicizia sociale è l’antidoto più forte che abbiamo contro l’individualismo che ci chiude in noi stessi e contro quel populismo che crea muri tra ‘noi’ e ‘loro’. Senza di essa, le nostre leggi sulla libertà e l’uguaglianza rimarrebbero gusci vuoti, procedure burocratiche senza anima.

In una democrazia che funziona, l’amicizia sociale si traduce in gesti concreti di cura: significa non passare oltre di fronte alle ferite della società, ma fermarsi e prendersi cura del legame sociale, proprio come fece il Buon Samaritano. Per voi giovani, coltivare l’amicizia sociale significa trasformare la vostra partecipazione da semplice ‘presenza digitale’ in un impegno reale che crea comunità di vita, capaci di includere gli esclusi e di dare voce a chi non ne ha.

E la risposta non è solo teorica. A Trieste, nel corso della 50ª Settimana Sociale, oltre duecento esperienze di buone pratiche hanno mostrato che questo rinnovamento è già in corso. Pratiche di democrazia partecipativa nei territori, iniziative di rigenerazione civica dal basso, comunità che hanno scelto di costruire qualcosa insieme. Non esperimenti ideali: realtà concrete, radicate, che funzionavano.

La fraternità, dunque, non è un’utopia. È già, in qualche misura, una pratica. E indica la direzione: non si rigenerano le istituzioni senza rigenerare prima i legami. Non si ricostruisce la partecipazione senza ricostruire la fiducia reciproca.

Come contribuire alla costruzione della fraternità? Quali piste di impegno?

Ne nomino alcune, magari riprendendo ciò che è emerso stasera:

  • L’educazione civica, croce e delizia, da qualche anno a questa parte, per molti docenti. La sua trasversalità, le competenze perseguite, i temi che propone, siano declinati sul territorio, creando occasioni di impegno per gli studenti.
  • Creazione di laboratori di cittadinanza, che magari, riunendo gruppi di giovani (scuole, associazioni, parrocchie ecc) studino con essi e li mettano nelle condizioni di sposare, non so, una causa all’anno, portandola avanti con la pratica del boicottaggio. È anche questa partecipazione!
  • Altra idea, rilanciata con forza da papa Francesco nella giornata conclusiva della Settimana Sociale di Trieste, potrebbe essere quella di una Scuola di bene comune, che riprenda i temi finora affrontati, per “organizzare la speranza”.
  • In questo quadro, riveste particolare importanza l’educazione al conflitto tra pari e tra generazione, affinché si possa imparare gradualmente anche a “litigare bene”, che è una via di costruzione della pace.
  • Prevedere spazi e momenti per recuperare la virtù della lentezza.

Tutto questo, anche a piccole dosi, sarebbe già un passo considerevole per tornare a sentire con l’altro, sentire con i più giovani e lavorare insieme a loro rendendoli protagonisti.

Giorgio La Pira ricordava che i giovani sono come le rondini: sentono il tempo, sentono l’aria che sta cambiando, e vanno verso la primavera.

Guardiamoli. Accompagniamoli. I giovani che erano stasera a questo tavolo stanno già praticando qualcosa di questo. Il nostro compito (di adulti, di educatori, di cittadini) è fare in modo che questo inizio non si interrompa, che trovi casa e continuità.

«La primavera non la fa il contadino, viene; il contadino l’aiuta a svolgersi secondo il piano che il creatore ha ad essa conferito. Così la storia! La “Primavera storica” è destinata a fiorire sopra tutta la terra!»

Quando quella primavera arriverà, e arriverà, vorrei che ci trovasse pronti.

Tre parole per continuare il cammino: ascolto, continuità, insieme.

Fonti principali

• Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo (UCSC), Giovani, democrazia e partecipazione politica, 2024.

• G. Grandi et al., Partecipare in Italia. Lettura dei percorsi preparatori verso la 50ª Settimana Sociale, Trieste 2024.

• G. Calvano, M. Viglietti, I giovani e l’esperienza delle Settimane Sociali: il processo prima, durante e dopo Trieste, 2024.

• L. Micelli, Rigenerare la democrazia. La fraternità come risposta alla crisi democratica contemporanea, Tesi di baccalaureato, PFTIM   

• M. Lupis, La rivolta globale della Generazione Z, in Dialoghi 1/2026.

• Francesco, Lett. Enc. Fratelli tutti (2020), AVE, Roma 2020.

• Dati referendum costituzionale 22-23 marzo 2026: Ministero dell’Interno – Eligendo; YouTrend/Sky TG24.